LO SCRITTORE GIANNI PARIS

sabato 31 dicembre 2011

DOMENICO SEMINERIO PARLA DI NESSUNO PENSI MALE

UNA RECENSIONE A FIRMA DELLO SCRITTORE DOMENICO SEMINERIO


IL ROMANZIERE SICILIANO DOMENICO SEMINERIO
SCRIVE SUL ROMANZO NESSUNO PENSI MALE

 Nessuno pensi male
Una storia d’ordinaria disumanità in un presente che ha perso tutti i valori e in un futuro prossimo venturo che si preannuncia dominato da un unico ed esclusivo valore: il denaro. In nome e per conto del quale è tutto lecito e tutto è possibile, favorito da uno sviluppo tecnologico e scientifico accelerato, usato in maniera sempre più spregiudicata. Più si procede sulla via dello sviluppo e più le fragili barriere, che in passato proteggevano in qualche modo il vivere civile e impedivano che si attuasse l’antico detto per cui “homo homini lupus”, si indeboliscono e perdono forza e significato. L’uomo, così, diventa merce, cosa, da sfruttare a piacimento e, per via tecnologica, da usare pure come fonte di pezzi di ricambio in cambio di soldi: un occhio, un rene, un cuore, un polmone, un fegato. Merce, in vendita quasi libera, alla luce quasi del sole, con l’infastidita consapevolezza di quanti fanno finta di niente, con un prezzo stabilito in base alle leggi dell’economia, basate sulla regola aurea del costo e del ricavo. Esagerazioni, dirà qualcuno, buone per romanzi o fiction televisive o cinematografiche. Cose legate alla fantasia, dunque. Ma sappiamo tutti che la più fervida fantasia risulta poca cosa confrontata con la realtà. Prendiamo il bel romanzo di Gianni Paris, “Nessuno pensi male”, edito da Dario Flaccovio: una storia che ha per protagonista un piccolo delinquente napoletano, Graziano Spichesi, un untorello da strapazzo, che viene venduto, proprio così, venduto, a una organizzazione cinese operante in Italia, per essere utilizzato come fonte di pezzi di ricambio.
I cinesi in Italia sono ormai tanti, ma nessuno sa quanti siano esattamente. Vivono in Italia ma hanno regole loro, leggi loro, moralità loro che non sempre coincidono con le nostre. Tanto per dire: nessun cinese usufruisce degli ospedali italiani, ma non perché siano tutti sani, ma perché si curano a modo loro e tra loro. Non ci sono, o non risultano, neppure morti tra i cinesi che vivono in Italia, ma non perché siano immortali, ma perché, semplicemente, non sappiamo che fanno coi cadaveri, anche se loro dicono che li rispediscono in Cina, con una cura ben maggiore di quella che, stando alle scarne cronache e ai si dice, riservano ai vivi. Graziano Spichesi, perciò, che ha fatto un torto a un boss della camorra e dovrebbe morire, come da tradizione, viene venduto ai cinesi, che lo accolgono e lo curano e lo rendono pronto allo smontaggio. Ci sono già i compratori, ricchi cinesi che vogliono prolungare la loro vita o eliminare alcuni fastidi di salute con l’innesto di nuovi organi. Nell’attesa viene destinato a far compagnia a un vecchio cinese, Chang Li,  il primo capo dell’organizzazione, colui che ha impiantato attività fittizie basate sul più feroce sfruttamento umano che la storia ricordi, da far impallidire la schiavitù del mondo antico. E Graziano, tanto per fare qualcosa, comincia a raccontare al vecchio Chang gli episodi salienti della sua vita, a partire da quando era scugnizzo, con un tono a mezzo tra lo scanzonato e il serio, che si addentra nei meandri di certa nauseabonda realtà meridionale. Il vecchio Chang gradisce il racconto, che si snoda per giorni e giorni, e prova ad impedire che a Graziano siano espiantati gli organi richiesti. Ma il vero capo dell’organizzazione, il giovane Chang Lok, ha premura: tutto è pronto, i medici e la sala operatoria e pure la fornace dove vengono dissolti i resti dei forzati donatori. Il vecchio Chang vuole che Graziano finisca di raccontare la storia: a modo suo s’è affezionato al ragazzo, che assomiglia a un suo antico amico. Il giovane Chang insiste, il vecchio Chang resiste: si arriva alla soluzione finale, che non può essere rivelata in questa sede per non togliere al lettore il piacere di un finale a sorpresa e ben costruito. Una storia di fantasia, certamente, che insinua, però, trasalimenti concreti e fondati dubbi e suscita dei brividi reali nelle nostre coscienze.

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