LO SCRITTORE GIANNI PARIS

domenica 19 agosto 2012

UN'ALTRA VOCE D'INCHIOSTRO PER 'NESSUNO PENSI MALE'

Paris Gianni

Nessuno pensi male


Autore:
Paris Gianni
Ho conosciuto Gianni Paris una sera, al termine del primo appuntamento di "Sei giornate in cerca d'autore". Una delle pochissime manifestazioni letterarie esistenti in zona ed organizzate dallo stesso Paris. Gli confesso di sapere chi è ma di non aver mai letto nessuno dei suoi libri. Si allontana qualche istante e torna con alcune copie. Tra queste "Nessuno pensi male". Sono davvero curiosa di sapere come scriva Gianni Paris. Ho sbirciato i suoi libri tra gli scaffali, ho sentito pronunciare il suo nome tante volte ma non ho mai avuto occasione di avere tra le mani uno dei suoi romanzi.

"Nessuno pensi male" è un noir. Questo vuol dire che ci muoviamo nei territori del giallo con sfumature meno eroiche e meno rassicuranti. Il protagonista del romanzo è un individuo tutto sommato piuttosto insignificante, Graziano Spichesi, che, suo malgrado, viene a trovarsi a contatto con una realtà ben più complessa e pericolosa di quanto possa immaginare.
Graziano, infatti, è nei guai. Il clan camorristico per il quale ha lavorato non vuole più sentir parlare di lui ed è pronto a liberarsene nel modo più efficace. Vincenzo parla chiaro: "Ha mandato me a farti fuori". Ma Vincenzo ha anche un'altra soluzione "apre il portellone del bagagliaio. Con la testa indica a Graziano di mettersi comodo". Graziano deve lasciare Napoli, deve andare altrove per non tornare indietro mai più. La nuova meta è Avezzano, "terra di terremotati e gente seria". Due ore o poco più di auto e Vincenzo scarica Graziano da Chang Lok, un cinese trapiantato nella cittadina marsicana che gestisce diverse attività. Spichesi si presenta: "Ho solo gli occhi un poco cinesi, signor Chang. Ho sentito parlare molto bene di voi. Sono proprio contento di lavorare qua".

Ed è proprio a quegli occhi un poco cinesi che si affeziona immediatamente il padre di Chang Lok, il vecchio capo Chang Li. Quegli occhi, infatti, riportano alla mente dell'anziano orientale il suo migliore amico, Yao Ming, morto tanti anni prima. Chang Li "non intrattiene rapporti con il circolo bocciofilo locale, non ha amici tra i monti della Marsica e, oltre il ristorante, il suo mondo è firmato China". Forse anche per questo chiede subito a Graziano, col quale ora condivide una striminzita camera da letto, di raccontargli la sua storia che, immagina, deve essere stata piuttosto "tlibolata".

E così Paris, in ogni breve capitolo del suo romanzo, procede in una sorta di narrazione in parallelo: la vita al passato di Graziano Spichesi, il suo presente dentro un ristorante cinese di una terra che non conosce e, a margine, i succinti appunti di Chang Lok, programmi che, sotto forma di ordini del giorno, ci portano a conoscenza delle autentiche e variegate attività del cinese: "confermare ora dell'asta; avviare controlli sanitari per il napoletano; dare al commercialista i soldi per gli stipendi delle sarte e far sistemare documenti contabili per possibile controllo della guardia di finanza; definire soldi per parenti; calcolare quanto dovuto per nuove pensioni ai compagni".

I progetti di Chang Lok diventano un modo attraverso il quale Gianni Paris si addentra in un mondo, quello dei cinesi in Italia, i cui innumerevoli risvolti ci sono per lo più ignoti. Soprattutto nel caso in cui tali risvolti non presentino nulla di lecito. Perché oltre ai negozi di abbigliamento e ai ristoranti, Chang e il suo clan gestiscono traffici ed affari decisamente irregolari. Il vecchio Chang Li, in nome di un affetto molto speciale, cerca di tirar fuori l'ignaro Graziano dalle spire cinesi nelle quali i camorristi lo hanno abbandonato. Ma sfuggire alle mire di un'organizzazione tanto articolata e implacabile è tutt'altro che semplice.

Gianni Paris ha una discreta dimestichezza con l'arte della scrittura. Sa essere un apprezzabile narratore e, seppur pecchi ancora di qualche minuscola ingenuità in fase costruttiva e stilistica, ha dimostrato di saper inventare e organizzare una storia interessante capace di andare a descrivere e a scavare in contesti che, in generale, conosciamo pochissimo. La finzione letteraria, probabilmente, ha colorito o addolcito alcuni dettagli, ma probabilmente il mondo cinese, anche in una cittadina della provincia abruzzese, può nascondere peculiarità inquietanti proprio come quelle di cui ci parla Paris. Una volta tanto mi sono trovata a leggere e recensire il romanzo di uno scrittore che è nato e che vive nella mia stessa terra. Ovviamente tutto ciò non può che farmi piacere per questo, devo immaginare, continuerò a parlare di Gianni Paris e dei suoi libri.

Nota a margine: da "Nessuno pensi male" verrà tratto un film diretto dall'attore e regista livornese
Emanuele Barresi.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Gianni Paris è nato ad Avezzano nel 1973. E' un avvocato. Il suo debutto, come scrittore, risale al 1999, anno in cui ha pubblicato "Una notte, per caso" (Edizioni Tracce). Negli anni a seguire arrivano altri romanzi: "La testa nel vizio" (Rubettino, 2000); "Senza numero civico" (Pendragon, 2004); "Strettamente personale" (antologia, Pendragon, 2005); "Mare nero" (Edizioni dell'Arco, 2006) e "Nessuno pensi male" (Dario Flaccovio Editore, 2010). Dirige il festival letterario "Sei giornate in cerca d'autore" di Avezzano e collabora con la rivista letteraria "
Stilos".

lunedì 28 maggio 2012

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Gianni Paris
Mare Nero
Edizioni dell'Arco



E il mare ricordò improvvisamente
Il nome di tutti gli annegati
Federico Garcia Lorca

di Raffaele Mantegazza


paris-g_mare0Se vivessimo in un mondo civile questo sarebbe un libro di fantascienza, una storia così inverosimile da far pensare che l'autore abbia esagerato con la sua sfiducia nel genere umano. Se vivessimo in un'Europa civile questo libro sarebbe preso come un esercizio di pura fantasia e qualcuno direbbe che mai, nemmeno nei tempi più bui della storia, cose del genere di quelle qui narrate sarebbero potute accadere. Viviamo purtroppo in un mondo incivile e in un'Europa squassata da rigurgiti razzisti, da speculazioni di Borsa che determinano la vita e la morte delle persone, da criminali che sparano su decine di ragazzi norvegesi e da piccoli giornalisti che immediatamente scrivono che sono stati i musulmani (o gli arabi, tanto per loro è tutto uguale). Viviamo in un mondo nel quale tutto quello che qui è narrato non solo è possibile ma è cronaca quotidiana, se è vero che nei due giorni che questo splendido romanzo ha catturato la mia attenzione oltre 100 persone sono state gettate nel Mediterraneo, sempre più Mare Nero perché colorato dalla pelle delle vittime della nuova frontiera degli affari: lo scafismo come organizzazione transnazionale.
Questo libro, pubblicato da una piccola coraggiosissima casa editrice e distribuito dai ragazzi che per le strade cercano di catturare la nostra attenzione vendendo la stampa di strada, è un Naufragio della Medusa del XX secolo con la stessa infamia di allora, con lo stesso disprezzo di allora per le vite umane. Differenti sono solo i protagonisti: oggi sono gli africani, i figli del continente più ricco del mondo e dunque più depauperato e predato (come dice la mia vicina di ombrellone Emilia. "Se l'Africa fosse povera starebbe molto meglio"). Oggi sono i ragazzi e le ragazze della terra d'Africa ad essere consumati dal sale del mare, lo stesso sale che gli schiavisti del commercio triangolare spargevano sulle loro ferite e che oggi si insinua tra le loro labbra quando scivolano in acqua da uno di quelli che con la nostra ipocrisia da ricchi definiamo "barconi della speranza".
Per fortuna oggi come allora c'è chi usa l'arte per denunciare queste atrocità. Se allora era la pittura di un oggi è la penna di un coraggioso avvocato che scrive un libro che non ci lascia in pace, come non dovrebbero lasciarci in pace i nomi sconosciuti delle centinaia di vittime della nostra disumana follia. Se l'Europa fosse una cosa appena decente, la lettura di questo libro sarebbe obbligatoria in tutte le scuole.

domenica 1 gennaio 2012

SESSANTAMILA COPIE PER MARE NERO

NERO COME NEGRO

di Greta Cipriani

Sono le tre del pomeriggio. Apro un quotidiano nazionale. Titti e Hadengai, due dei superstiti eritrei sbarcati qualche settimana fa a Lampedusa, ora sono sotto osservazione presso l'ospedale Cervello di Palermo. Sono sbarcati assieme ad altri tre sopravvissuti, dopo un viaggio estenuante di ventuno giorni, in un gommone sepolcrale.MareNero-fronte
Sbarro gli occhi. Mi ricordo del libro Mare nero.
Leggo il racconto dei superstiti. Ho dei flashback continui. Telefono subito a Gianni: "Sembra sia apparsa una notizia presa apposta dal tuo libro!". Lui non sembra avere il mio stupore. E' normale. Chissà quante storie ha impresse nella memoria. Riattacco il ricevitore e penso a Mare nero.
Nero come "negro".
Volendo trovare un'area geografica che risponda benissimo alle esigenze di condivisione culturale del termine appena citato, potrei dire genericamente Africa.
Nero dunque, come appartenente ai popoli, alle etnìe di pelle scura. Il romanzo di Gianni Paris ha come soggetti uomini, donne, bambini di pelle scura, marocchini, algerini, somali, eritrei, etiopi, "una sparuta minoranza di tunisini ed egiziani", i quali affrontano un viaggio interminabile verso la loro meta dei sogni preferita: l'Italia. Sembra che il luogo di salpaggio privilegiato per chi voglia affrontare la traversata sia la Libia. In questo romanzo Gianni non scava tanto nelle culture dei popoli presi singolarmente, quanto invece mette in risalto la comunanza di tutte le culture, riunite di fronte ad un mare che annulla le differenze. Anche la lingua scelta per comunicare è l'arabo, per tutti indistintamente. Non avremo pagine di natura squisitamente antropologica, bensì pagine che prendono spunto da racconti tradizionali, nelle quali ogni riferimento antropologico è funzionale a ciò che si sta narrando. E' un'opera del presente, più che del passato e del futuro. Di fronte al mare, al pericolo di un mare che può travolgere intere vite, la propria storia, i gesti personali non esistono più. Il presente è il viaggio, giorno dopo giorno, senza più le spalle di un passato e nemmeno il ventre di un futuro sicuro.
gianni parisNero allora come catastrofe, sofferenza. Il colore nero ha sempre rappresentato in tutte le culture antiche, il simbolo del buio e della morte. Pensiamo ai romanzi di Grazia Deledda ad esempio, dove le tinte scure, buie, cupe e tenebrose segnalano l'approssimarsi di sciagure e catastrofi. Il romanzo di Gianni si svolge soprattutto di notte. Pochi sono i momenti in cui il sole viene a rigenerare la pelle, e quando il sole arriva è un sole che annulla le forze.
Nero come domani senza futuro, luce spezzata. Il narratore qui non risolve le incertezze, non ci propone un lieto fine. Non vuole affatto parlare dell'accoglienza, degli espedienti giornalieri di un popolo che lotta per la sopravvivenza. Gianni pone l'accento più sulla tragedia, che si consuma tutta in poche settimane, dispensandosi dal fare riferimenti sull'attuale situazione politica italiana. Allora il nero è il punto interrogativo di una non pronunciata accoglienza.
In questo abisso poi, l'unica evidenza è quella del dolore che non conosce confini, nel quale tutti possono ritrovarsi. Allora il mare "negro" diventa il mare "nostrum", il mare di tutti noi lettori, che ci immedesimiamo nei personaggi e ne condividiamo la sofferenza. Ciò che mi viene in mente quando leggo il romanzo di Gianni è un'alta dose di umanità. Il viaggio non è solo viaggio di sopravvivenza fisica, è anche viaggio di sopravvivenza mentale, etica, spirituale. E' un viaggio in cui ognuno viene messo di fronte alle proprie debolezze. Tutti possono scoprirsi carnefici oppure vittime della rinuncia. Lo stesso tono è confidenziale. Il romanzo infatti è in prima persona e tutto ciò che viene descritto è una testimonianza diretta di ciò che accade, senza mediazioni. Chi lo legge si sente immediatamente immerso nel fondo della propria vita e della propria coscienza. Qui il deterioramento dell'anima è conseguenza del deterioramento corporale. La preghiera diventa allora una forma collettiva di sopravvivenza e i corpi che muoiono, gettati in mare sembrano vittime sacrificali, uccise da una cattiva sorte.
Basti pensare che "nero" significa pure "fecondità". Nell'antico Egitto e nell'Africa del nord le dee considerate simbolo di fertilità erano coperte di vesti scure. Il nero dunque era il colore della terra fertile, delle nubi gonfie di pioggia e richiamava alla mente anche le profondità dell'abisso, associate spesso a Nettuno, Dio del mare, a cui venivano sacrificati tori neri. C'è un legame dunque fra sacralità, sacrificio, nascita e morte.
Gianni Paris sa abilmente suggerire nella mente del lettore tutti questi temi, senza troppo scavarne le radici. La sua scrittura è feconda di immagini sensoriali e al tempo stesso essenziale. Lascia intendere attraverso l'evidenza. Il suo modo di presentare i personaggi, gli eventi, lo discosta da quel tipo di scrittura associata alla "letteratura della migrazione". Il suo romanzo è a sé, un libro che riunisce in un'esperienza circoscritta un dolore che non ha nome specifico, e che si dimentica persino del luogo e dell'anno, per rendersi condivisibile a tutti.

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sabato 31 dicembre 2011

LA TAZZA DI UN WATER E' PIENA DI PERICOLI...



Argentina, che brutto posto…
Anzi, no
 Massimo_Carlotto
di Gianni Paris

Si può scrivere una pagina di diario se nel bagno del tuo studio c’è qualcuno che si sta facendo di eroina? Si riesce a parlare della dittatura in Argentina ai tempi della desapariciòn se in quel bagno c’è un giovane che sta muorendo giorno dopo giorno? No, credo proprio di no. E allora questa è la storia dei miei ultimi quattro giorni.
Mercoledì. Viene allo studio un imbianchino, grande e grosso.
copertina-irregolari-Ho deciso di passare ai colori forti. Obiettivo: lavorare e scrivere meglio. Ogni stanza con una tinta che più etnica non si può. Quattro stanze imprevedibili come le stagioni del mio cuore. L’imbianchino, che io conosco dalle fasce, è un vicino di casa. Di lui so tutto. E tra il “tutto” so pure che è entrato nel tunnel. Un giorno ha assaporato la polvere bianca e dalla polvere bianca è passato all’accendino che scalda qualcosa e che passa in un ago. Ecco, ho chiamato l’imbianchino grande e grosso per parlargli, per cercare di aiutarlo. Alla fine del mercoledì, lui carteggia tutte le pareti di una stanza e mi sembra lucido. Penso che stia uscendo dal circolo vizioso, anche se il suo cellulare riceve centoundici squilli di gruppo.
MASSIMO CARLOTTO 1Giovedì. Alle dieci, l’imbianchino grande e grosso torna a carteggiare le pareti, sempre della stanza che sarà viola. Gli porto la colazione (latte macchiato, più tre brioche), e lui sembra contento di lavorare nella stanza che sarà viola. Nel pomeriggio di giovedì, sento però un accendino urlare troppe volte. L’urlo proviene dal bagno del mio studio, la povera stanza bianca. Quando l’imbianchino grande e grosso esce dalla stanza bianca è sudato come se avesse appena poggiato a terra cento chili di qualcosa. Sempre nel pomeriggio, l’imbianchino passa a stuccare e ad attaccare, nella stanza viola, le greche in polistirolo. È bravo, nel suo lavoro. Prima delle diciannove, quando decide che è il momento di tornarsene nel suo mondo, l’imbianchino grande e grosso riceve duecentotre squilli di gruppo.
CARLOTTO1Venerdì. Alle undici, l’imbianchino grande e grosso torna nella stanza viola. Sembra fidanzato col colore che è in quel barattolo, seppure non abbia nemmeno provato a dargli un bacio come si deve. In questo terzo giorno, finalmente, riesce a sporcarsi le guance di viola. La stanza prende il giusto tono, ma lui, l’imbianchino grande e grosso, appare spento. Vorrei chiedergli qualcosa del suo tunnel. Vorrei sapere quanta luce c’è e come si respira, ma non mi sento pronto. Non è facile parlare del sangue altrui. Alla fine del venerdì, le pareti della stanza destinata ad essere viola non sono all’altezza della situazione. Su quattro pareti, tre sono viola macchiato, per niente uniformi, e una ancora bianca. L’imbianchino grande e grosso riceve duecentocinquanta squilli di gruppo. Anzi, no, duecentocinquantuno.
CARLOTTOSabato. Alle undici e poco più, l’imbianchino grande e grosso entra nel mio studio. O meglio, alle undici e poco più l’imbianchino entra nel bagno dello studio. Ci sta per venti minuti. Io provo a chiamarlo. Dopo la seconda richiesta, lui mi risponde. Scarica lo sciacquone del water ed esce. Di fronte mi trovo un’altra persona. Occhi spenti e rossi, e spalle piegate in avanti. Lui dice di non sentirsi bene. Mi parla di problemi intestinali, ma il suo intestino funziona benissimo. Mi racconta che i suoi genitori lo hanno tenuto per tutta la notte fuori dalla porta. Non sopportano il tunnel. Mi chiede anche di fare colazione, l’imbianchino grande e grosso. Dice, Vorrei bere del latte e caffè. Più caffè, s’è possibile. Io esco e dopo un po’ gli porto ciò che mi ha chiesto, aggiungendo anche due bignè alla crema. Lui si siede e, senza mie domande, maggiucchiando, mi parla del suo tunnel. La sua voce è perdente, calante, e io capisco che la stanza viola neanche oggi si sentirà soddisfatta. Io gli dico di andare a stendersi, lui fa cenno di sì col capo, e mentre mi volta le spalle torna lo squillo di gruppo, immancabile.
Ah, stasera incontro Vinicio Capossela e non credo gli parlerò dell’imbianchino grande e grosso.

IN RICORDO DI UN POZZO ARTESIANO, MALEDETTO

MI RICORDO DI ALFREDINO RAMPI
di Gianni Paris
Mi ricordo che un pomeriggio non andai a giocare a pallone, anche se faceva caldo.
Mi ricordo che quel pomeriggio rimasi incollato a guardare la tivù.
Mi ricordo che quel pomeriggio non guardai Heidi, Orozowei, Mazinga Zeta, Candy Candy.
Mi ricordo che rimasi incollato al televisore, per vedere se lo estraevano.
Mi ricordo di un buco in un pozzo artesiano.
Mi ricordo che lui si chiamava Alfredino, Alfredino Rampi.
Mi ricordo che soffrivo per lui.
Mi ricordo che dicevo a mia madre: «Ora esce, aspetta mamma, non andare a lavorare. Ora lo tirano fuori».
Mi ricordo che mia madre tornò dal lavoro e Alfredino non era tornato a giocare col pallone.
Mi ricordo di un piccolo uomo di Avezzano che fu chiamato per uno degli ultimi tentativi.
Mi ricordo che fu preso in elicottero e portato in quel campo incolto, dove c’era il buco col pozzo.
Mi ricordo che il piccolo uomo di Avezzano fu fatto scendere a testa ingiù, legato dai vigili del fuoco.
Mi ricordo che il piccolo uomo uscì dal pozzo senza Alfredino.
Mi ricordo che andai a dormire deluso e preoccupato, per la prima volta.
Mi ricordo che Alfredino non tornò più a giocare.

PINO COTTOGNI ENTRA IN NESSUNO PENSI MALE E NON NE ESCE PIU'

Recensione su Sherlock Magazine

Nessuno pensi male

di Pino Cottogni

Cosa accade a un napoletano che per sfuggire alla morte decretata dal suo boss, si rifugia presso un boss della malavita cinese.
Gianni Paris, avvocato, direttore artistico e scrittore con il romanzo Nessuno pensi male (2010) ci permette di dare uno sguardo a quel mondo chiuso e segreto delle comunità cinesi che si sono installate nel nostro paese.
Non si tratta di un romanzo “contro” lo straniero, semplicemente apre una finestra sul modo di agire di questo popolo quando vive al di fuori del suo paese.
Il protagonista è Graziano, un napoletano un poco sfigato e con pochissima voglia di lavorare che dopo aver lavorato per un boss della malavita locale come addetto al trasporto di bare per una ditta di pompe funebri di proprietà del boss, per ordine di questi “deve” fare dei lavoretti per altre sue losche attività, infatti altri affiliati si recano presso commercianti e li malmenano perchè non vogliono pagare tangenti e Graziano deve fare il palo. Quando poi gli viene chiesto altri lavori lui si rifiuta, perde il lavoro e si lascia andare vivendo di piccoli espedienti, prestiti richiesti a finanziarie e mai restituiti ecc. ecc.
Così, una notte un suo amico, Vicenzo gli dice che ha ricevuto l’ordine dal boss di ucciderlo, ma essendo di buon cuore lo carica sulla sua macchina e lo porta, chiuso nel bagagliaio, in un paese lontano affidandolo a un boss cinese che deve un favore. Qui Graziano rimarrà nascosto e racconta la sua vita al padre cinese del boss.
Più tardi scoprirà che l’amico di buon cuore lo ha “venduto” al boss cinese, resta da scoprire quale è lo scopo di questo strano acquisto.