sabato 31 dicembre 2011

CATERINA FALCONI DESCRIVE GIANNI PARIS

"TI DIFENDO GRATIS, SE MI RACCONTI LA STORIA" CATERINA FALCONI E LA SUA AFFASCINANTE LETTURA DI NESSUNO PENSI MALE


ELOGIO ALLA VITA DI UNO SCRITTORE
 
DI CATERINA FALCONI

   Prendi un giovane sognatore che ha intuito la forza delle parole e si fa avvocato per brandirle a difesa dei più deboli. Un tipo da sempre affascinato dalle storie, che riesce così bene nella vita da avere l’impressione di fluttuare in un sogno mentre edifica il proprio futuro. Va a insediarsi in uno studio in cima alla città, che sembra la dimora di un mago. Tappezza le pareti di libri, infila tra le pagine lettere e ricordi. Piega la parola a un uso codificato che produce effetti decisivi nella sorte dei suoi assistiti.
   Ma nelle prime ore del mattino, tutti i giorni, quando il sole entra di taglio nelle vetrate circolari dello studio, cessa di essere un avvocato e asseconda il bisogno di scrivere.
   Nel frattempo si fa un nome. E pubblica romanzi di successo. Questo giovane è Gianni Paris.
   Sono stata a una presentazione del suo ultimo libro, Nessuno pensi male, edito dalla Dario Flaccovio (e da cui presto sarà tratto un film sotto la regia del livornese Emanuele Barresi). E mentre Simone Gambacorta lo intervistava, non potevo non notare quanto il vissuto e le caratteristiche di questo atipico scrittore avezzanese si intrecciassero con i contenuti del libro. La trama, peraltro inquietante, ambientata nel mondo della criminalità cinese allegramente invischiata con la camorra, è probabilmente puntellata su informazioni attinte dai colloqui con certi clienti ai quali Paris propone un patto stravagante e vincente, il patto degno del protagonista di un romanzo: ti difendo gratis se mi racconti la tua storia.
  Non è da tutti capire quanto infinitamente più preziosi del denaro siano i piccoli disordinati resoconti di vite sconquassate, che uno scrittore riassembla in una storia avvincente. L’incantesimo dell’affabulazione, il potere salvifico delle parole ben lo aveva compreso Sherazade, che guarda caso è citata da Giancarlo De Cataldo a proposito di Paris. E in questa sfavillante contaminazione, che sembra turbinare attorno allo scrittore e al suo incantevole ultimo romanzo, si delineano le disavventure tragicomiche dello scombiccherato protagonista, Graziano Spichesi, venduto dalla camorra a un boss cinese che lo destina a una fine terribile. Paris è insuperabile, per la sua frequentazione con il crimine (ovviamente dall’altra parte della sbarra) nel rendere le prosaiche inesorabili dinamiche del misfatto, ma sa introdurvi elementi inaspettati, varianti salvifiche. E nel caso del povero Graziano la salvezza, forse, si presenterà nelle vesti del vecchio Chang Li, che come Paris si accosta a Spichesi animato da un’insaziabile curiosità. Io ti difendo se mi racconti la tua storia, sembra essere il messaggio sottaciuto dell’anziano boss, che con patetici goffi teneri stratagemmi senili riesce ad allontanare l’uccisione del suo protetto, di notte in notte, almeno fino a che il poveretto non abbia finito il suo racconto. Una condizione rispettata persino dal terribile Chang Lok, figlio del vecchio, quasi a suggerire l’universale sacralità della parola, in un contesto in cui neppure la vita degli sconfitti sembra valere più di un prezzo irrisorio.

DOMENICO SEMINERIO PARLA DI NESSUNO PENSI MALE

UNA RECENSIONE A FIRMA DELLO SCRITTORE DOMENICO SEMINERIO


IL ROMANZIERE SICILIANO DOMENICO SEMINERIO
SCRIVE SUL ROMANZO NESSUNO PENSI MALE

 Nessuno pensi male
Una storia d’ordinaria disumanità in un presente che ha perso tutti i valori e in un futuro prossimo venturo che si preannuncia dominato da un unico ed esclusivo valore: il denaro. In nome e per conto del quale è tutto lecito e tutto è possibile, favorito da uno sviluppo tecnologico e scientifico accelerato, usato in maniera sempre più spregiudicata. Più si procede sulla via dello sviluppo e più le fragili barriere, che in passato proteggevano in qualche modo il vivere civile e impedivano che si attuasse l’antico detto per cui “homo homini lupus”, si indeboliscono e perdono forza e significato. L’uomo, così, diventa merce, cosa, da sfruttare a piacimento e, per via tecnologica, da usare pure come fonte di pezzi di ricambio in cambio di soldi: un occhio, un rene, un cuore, un polmone, un fegato. Merce, in vendita quasi libera, alla luce quasi del sole, con l’infastidita consapevolezza di quanti fanno finta di niente, con un prezzo stabilito in base alle leggi dell’economia, basate sulla regola aurea del costo e del ricavo. Esagerazioni, dirà qualcuno, buone per romanzi o fiction televisive o cinematografiche. Cose legate alla fantasia, dunque. Ma sappiamo tutti che la più fervida fantasia risulta poca cosa confrontata con la realtà. Prendiamo il bel romanzo di Gianni Paris, “Nessuno pensi male”, edito da Dario Flaccovio: una storia che ha per protagonista un piccolo delinquente napoletano, Graziano Spichesi, un untorello da strapazzo, che viene venduto, proprio così, venduto, a una organizzazione cinese operante in Italia, per essere utilizzato come fonte di pezzi di ricambio.
I cinesi in Italia sono ormai tanti, ma nessuno sa quanti siano esattamente. Vivono in Italia ma hanno regole loro, leggi loro, moralità loro che non sempre coincidono con le nostre. Tanto per dire: nessun cinese usufruisce degli ospedali italiani, ma non perché siano tutti sani, ma perché si curano a modo loro e tra loro. Non ci sono, o non risultano, neppure morti tra i cinesi che vivono in Italia, ma non perché siano immortali, ma perché, semplicemente, non sappiamo che fanno coi cadaveri, anche se loro dicono che li rispediscono in Cina, con una cura ben maggiore di quella che, stando alle scarne cronache e ai si dice, riservano ai vivi. Graziano Spichesi, perciò, che ha fatto un torto a un boss della camorra e dovrebbe morire, come da tradizione, viene venduto ai cinesi, che lo accolgono e lo curano e lo rendono pronto allo smontaggio. Ci sono già i compratori, ricchi cinesi che vogliono prolungare la loro vita o eliminare alcuni fastidi di salute con l’innesto di nuovi organi. Nell’attesa viene destinato a far compagnia a un vecchio cinese, Chang Li,  il primo capo dell’organizzazione, colui che ha impiantato attività fittizie basate sul più feroce sfruttamento umano che la storia ricordi, da far impallidire la schiavitù del mondo antico. E Graziano, tanto per fare qualcosa, comincia a raccontare al vecchio Chang gli episodi salienti della sua vita, a partire da quando era scugnizzo, con un tono a mezzo tra lo scanzonato e il serio, che si addentra nei meandri di certa nauseabonda realtà meridionale. Il vecchio Chang gradisce il racconto, che si snoda per giorni e giorni, e prova ad impedire che a Graziano siano espiantati gli organi richiesti. Ma il vero capo dell’organizzazione, il giovane Chang Lok, ha premura: tutto è pronto, i medici e la sala operatoria e pure la fornace dove vengono dissolti i resti dei forzati donatori. Il vecchio Chang vuole che Graziano finisca di raccontare la storia: a modo suo s’è affezionato al ragazzo, che assomiglia a un suo antico amico. Il giovane Chang insiste, il vecchio Chang resiste: si arriva alla soluzione finale, che non può essere rivelata in questa sede per non togliere al lettore il piacere di un finale a sorpresa e ben costruito. Una storia di fantasia, certamente, che insinua, però, trasalimenti concreti e fondati dubbi e suscita dei brividi reali nelle nostre coscienze.

NESSUNO PENSI MALE IN LIBRERIA

NESSUNO PENSI MALE IN LIBRERIA

 
nessuno pensi male (la migliore)


nessuno pensi male (la seconda migliore)




nessuno pensi male 4




nessuno pensi male 3



nessuno pensi male 2



nessuno pensi male 1



nessuno pensi male

LA CONDIZIONE DEL PRESENTE IN MARE NERO

LA CONDIZIONE DEL PRESENTE IN MARE NERO

BUCANO IL MARE

Di Caterina Falconi


Partono con una busta di plastica bianca: dentro un po’ di pane, delle mele, una bottiglia d’acqua. Alcuni hanno una maglia annodata alla vita. Pochissimi una coperta. I disperati di Paris sono descritti così, nelle prime pagine di un romanzo che cambia per sempre lo sguardo del lettore: una torma di abbacinati dalla speranza, giovani e bambini, stipati in una baracca buia in attesa di partire. Fuori, i trafficanti, i traghettatori, con dei fucili in mano.
   Ricordo i miei due anni in Benin, i villageois erano animati dalla cognizione del presente. Ogni sforzo, immane, nel condurre la vita un passo avanti, si concentrava sul pasto del giorno, sul bacile d’acqua attinto al fiume. Del domani non v’era certezza, e non in senso poetico. Domani, un attacco di malaria, il morso di un serpente, ti potevano ammazzare. Questi novanta martiri non fanno eccezione, ripongono la loro speranza di sopravvivere in una patetica busta di plastica con provviste per qualche giorno. Eppure sono mossi da una titanica e quasi epica speranza di cambiare la propria esistenza, e Paris li descrive come l’Africa che sogna e che si muove. La voce narrante è quella di Nacer, un trentenne marocchino contaminato dalla lunga consuetudine alla lettura, taciturno e coraggioso, in cui a guardare bene si intravedono delle caratteristiche dello scrittore, come l’entusiasmo e un tratto di intelligente malinconia.
   La scena è pronta, sapientemente tratteggiata da un Paris che fa un uso disinvolto e personalissimo delle parole, combinandole in metafore indelebili,  come bucare il mare…
   Inutile dire che la barca, la carretta del mare, è poco più che uno scafo. Dei trafficanti… verrebbe da scrivere d’anime, nessuno si presterà a condurre l’imbarcazione. Il carburante, nella migliore delle ipotesi, è appena sufficiente a raggiungere Lampedusa, ammesso che le condizioni climatiche siano buone, di non smarrire la rotta. Le premesse per una tragedia ci sono tutte, ma i novanta si imbarcano, animati da un fanciullesco entusiasmo, da una foga di cambiamento illusoria e contagiosa. Solo Nacer si interroga, ma soggiace alla smania degli altri.  
   Qualche pagina dopo li ritroviamo alla deriva su un Mediterraneo sempre più freddo e ostile. Senza carburante, né riparo, sfiniti dalla pioggia battente, dal vento che scortica. Le esigue provviste che spariscono dalle buste. L’acqua che scarseggia. Finisce. I corpi che deperiscono, si afflosciano. La forza che li abbandona. Il silenzio che sigilla le bocche screpolate. 
   E iniziano a morire. Prima i bambini e le donne. E poi gli altri.
   Il lettore è confuso, con i morenti. Entra nella testa di Nacer, ne condivide le farneticanti riflessioni. Scivola con lui nel delirio. Si incista nella speranza che un miracolo può ancora accadere, mentre con grande dignità gli imbarcati continuano a spirare. Nella compagnia mai una sollevazione, nessuna fazione, nessun atto ostile verso il prossimo. Il destino è condiviso con una straziante mansuetudine, coralmente. Nacer si rimprovera per non aver ceduto gli ultimi sorsi della sua acqua al bambino che gli muore accanto, e che comunque non avrebbe salvato. Intanto la follia serpeggia. Si assiste a un fulmineo suicidio. La scrittura tocca vertici di commozione assoluta. Si fa spiazzante, onirica, lambisce un’incontestabile spiritualità. Mescola lo sbigottimento del lettore, la sua compassione, al tormento di Nacer, che afflosciato come i suoi compagni nello scafo, incapace di muoversi, con la schiena piagata, entra ed esce dal delirio, mentre i pensieri si frantumano. E se le riflessioni della veglia deflagrano, corposi e vividi sono i sogni e le allucinazioni. Viene da chiedersi se gli spiriti che parlano a Nacer non siano reali presenze che irrompono nella linea di confine che precede la morte.
    Corpi che sempre più numerosi bucano il mare. 
   Nacer che con sforzo solleva la maglietta e inorridito vede il proprio cuore pulsare nel petto scheletrico. Come dimenticare queste scene? La donna che spira accanto al marito girandosi dall’altra parte mossa dal pudore. L’incredulità dei bambini che si vedono rifiutare l’acqua dal proprio padre.
   La pietà di Paris intreccia e strattona le ultime vicende fino alla comparsa di un sasso che buca l’orizzonte.
   Buchi nell’acqua per affondare la speranza. E uno tra acqua e cielo per restituirla.
   Ho letto fino all’ultimo sussulto del protagonista, sapendo che avrei guardato in un modo diverso tutti i ragazzi di colore che si aggirano carichi di merce. E mi sono detta che una storia così anche i nostri ragazzi dovrebbero leggerla.